sabato 4 dicembre 2010

Studenti sulle strisce, la protesta si intensifica

PISTOIA. Studenti di nuovo sulle strade. Stamani, oltre trecento ragazzi degli istituti superiori pistoiesi, hanno trasferito “strisce selvagge” in viale Adua, la strada più trafficata della città. Trecento studenti hanno ripetutamente attraversato i numerosi passaggi pedonali creando caos e lunghe file di auto.

A niente sono servizi gli interventi della Polizia: quando gli agenti facevano allontanare i ragazzi per consentire il passaggio delle auto, loro si spostavano sul passaggio pedonale successivo. Si è andati avanti così per oltre due ore, con i poliziotti che inseguivano gli studenti per impedire loro che l’attraversamento intralciasse il traffico.

Partita persa: i ragazzi hanno di fatto bloccato la lunga arteria. Intanto, la mobilitazione prosegue. Stamani assemblea al Circolo dei ferrovieri degli studenti dell’istituto Pacini per decidere come partecipare a questa protesta contro la Riforma Gelmini ma anche per la difficile situazione dell’edilizia scolastica.
Fonte: "Il Tirreno" 3/12/2010

I Giovani Comunisti sostengono fisicamente i fermenti studenteschi che (finalmente) nelle ultime settimane stanno mobilitando gli istituti superiori pistoiesi.
Rispettiamo la scelta,del collettivo studentesco e degli studenti indipendenti da sigle,di non volerdare colore politico alle mobilitazioni(restando in parte critici rispetto all'utilità politica di questa scelta),perciò parteciperemo ad ogni iniziativa senza vessilli,chiedendo naturalmente che anche altre organizzazioni politiche presenti facciano lo stesso (come fatto fin ora).

venerdì 3 dicembre 2010

14 dicembre: di nuovo in piazza

Il countdown è iniziato. Il 14 dicembre, il giorno della (s)fiducia, si avvicina. Per quel giorno il Parlamento, trasformato lo scorso 30 novembre in bunker dalle truppe del ministro Roberto Maroni per difendere il governo dagli studenti, sarà nuovamente cinto di assedio. A organizzare la giornata di protesta sarà una costellazione di conflitti che si sono ritrovati sotto lo slogan "Uniti contro la crisi". Ieri, presso la sede della Federazione nazionale della stampa italiana, questa costellazione, composta dalla Fiom, dalla "Cgil che vogliamo", dai centri sociali del nord-est, romani e napoletani, dagli studenti universitari (Uniriot e Rete della Conoscenza), dai migranti della gru di Brescia, dal collettivo aquilano 3e32, dal presidio No Dal Molin, dal presidio permanente di Chiaiano, dai comitati di Marano, Giugliano, Taverna del Re, Terzigno, ha presentato le motivazioni della mobilitazione. «Saremo in piazza non per chiedere la sfiducia a Berlusconi» ha spiegato Gianni Rinaldini in apertura di conferenza, «ma per evitare che il dissenso al governo Berlusconi si concluda in una vertenza parlamentare». Il 14 dicembre, quindi, sarà la giornata dell'Altra Italia, quella parte del paese che non si appiattisce sulla discussione politica.«Dentro Uniti contro la Crisi» spiega Luca Casarini dei Centri sociali del Nordest «ci sono persone con percorsi molto diversi: è questa la vera novità. Non saremo in piazza il 14 per dar voce a un "ibrido" fatto dagli studenti più i migranti più gli operai della Fiom più… ma per dar vita a un'altra idea di comunità che si batta contro la desertificazione sociale in corso nel paese».

Perché "Uniti contro la Crisi", percorso nato "verso il 16 ottobre" e consolidatosi prima in piazza con la Fiom, quindi il 17 ottobre in una mega-assemblea a La Sapienza, «è uno spazio comune da praticare» spiega Giorgio Cremaschi, presidente del comitato centrale della Fiom «e nel quale saranno fianco a fianco gli studenti con le Rappresentanze sindacali unitarie di Fincantieri di Ancona o della Fiat di Pomigliano (ieri presenti alla conferenza stampa, ndr) per urlare non solo la nostra sfiducia al governo, una sfiducia diversa da quella "di palazzo", ma verso l'intera classe dirigente, verso questo modello di sviluppo, verso il progetto di società che stanno perseguendo Marchionne e Confindustria». In poche parole, alla "newco Italia" stile Marchionne alla quale stanno lavorando "i padroni", Uniti contro la crisi opporrà una "newco di movimento", un modello di società «dove si potrà costruire una forma di autogoverno sociale scaturente dall'incontro di tutti i movimenti». In questo scenario, gli studenti e il mondo della formazione e della conoscenza avranno un ruolo di primo piano: la notizia dello slittamento della discussione del ddl Gelmini in Senato a dopo il 14 dicembre «è il primo risultato, intermedio, di una mobilitazione forte e determinata» hanno spiegato Roberto Iovino della Rete della Conoscenza e Francesco Raparelli di Uniriot. «Ora si tratta di conquistare, e non di chiedere, dal basso la sfiducia a questo governo, ma non solo». Perché nell'occhio della protesta non ci sarà soltanto il Governo Berlusconi «ma anche la "soluzione" al Governo Berlusconi» ha avvertito Andrea "Tarzan" Alzetta, consigliere comunale di Roma in Action: «noi non dimentichiamo che a chiedere la sfiducia dell'attuale maggioranza saranno personaggi come Gianfranco Fini, colui che ha partorito la legge più razzista d'Europa in tema di immigrazione, colui che ha votato a favore, pochi giorni fa, del ddl Gelmini. E non ci fidiamo di chi, come Casini, ha votato a favore del Collegato Lavoro. Questa è gente senza credibilità. Gente alla quale, noi, urleremo la nostra sfiducia. Non assisteremo, inermi, alla creazione di un "Fronte popolare" che tenterà, in ogni modo, di far pagare ai cittadini, per l'ennesima volta, questa crisi». A rincarare la dose, da Napoli, i comitati territoriali in lotta «contro i miracoli berlusconiani» avvertono: «saremo in piazza il 14 dicembre portando con noi sacchi di immondizia» ha spiegato Antonio Musella del presidio permanente di Chiaiano «per difendere la nostra terra e per veder concretizzata nella sfiducia a questa classe dirigente la lotte sociali di questi anni». Senza dimenticare, ovviamente, come «chi voterà la sfiducia a Berlusconi è comunque stato artefice o complice della distruzione del nostro territorio». Contro Berlusconi, quindi, ma al tempo stesso "oltre" Berlusconi. Il 14 dicembre davanti al Parlamento «ci sarà la più grande manifestazione autorganizzata della storia italiana» ha concluso Giorgio Cremaschi «per non lasciare che il futuro del paese venga imprigionato dai tatticismi politici».

fonte "Liberazione"

martedì 16 novembre 2010

La scuola pubblica cade a pezzi (letteralmente...)!

“Cadiamo a pezzi”. Lo avevamo voluto scrivere su quei volantini che gli studenti e le studentesse della nostra organizzazione (impegnati a verificare nei loro istituti il rispetto di basilari norme sulla sicurezza) da alcune settimane stanno diffondendo in molte scuole superiori della provincia.

E i pezzi, alla fine, sono caduti davvero; come ha riportato oggi anche la cronaca locale un pezzo di soffitto ha ceduto al Liceo Classico “Forteguerri”. Accogliamo positivamente il tempestivo intervento della provincia, che ha assicurato l’avvio immediato dei lavori di messa in sicurezza del soffitto.

Ma una domanda sorge spontanea. Cosa sarebbe successo se il soffitto avesse ceduto con dei nostri compagni in aula a fare lezione? Il nostro pensiero torna indietro di due anni, al 22 novembre 2008, quando Vito Scafidi, studente di 17 anni, perse la vita nel crollo del controsoffitto della propria aula.

Non basta intervenire dopo i crolli. E’ indispensabile la prevenzione, e un investimento rilevante per garantire la sicurezza.

Noi, studenti e docenti, personale ATA e genitori, mondo della scuola pubblica, stiamo cadendo a pezzi perché mese dopo mese sono tagliati i fondi che dovrebbero garantire la sicurezza e la qualità delle nostre scuole, che dovrebbero garantire il diritto allo studio sancito dalla nostra Costituzione. Tutto questo mentre, è notizia di pochi giorni fa, si trovano centinaia di milioni di euro per finanziare con i soldi dei cittadini le scuole private riservate a pochi.

Per queste ragioni, come Giovani Comunisti di Pistoia, domani (17 novembre) saremo in piazza a Firenze in occasione della manifestazione regionale per il diritto allo studio e ci impegniamo a promuovere, già nel corso della prossima settimana, un’assemblea pubblica, per la cui organizzazione cercheremo di coinvolgere tutto il mondo studentesco e sindacale, al fine di presentare i dati sulla sicurezza nelle scuole pistoiesi raccolti dalla nostra organizzazione e mettere in luce come il Governo Berlusconi, con l’operato dei ministri Gelmini e Tremonti, stia smantellando il diritto allo studio, con l’attacco alla qualità dell’offerta formativa (che da tempo chiediamo sia rinnovata e migliorata), ai diritti degli studenti e dei docenti, alla sicurezza degli edifici dove milioni di persone trascorrono ogni giorno la maggior parte della loro giornata.

Giovani Comunisti Pistoia

Firma l'appello per la verità su Falluja (uso di armi chimiche)

Non ci potrà mai essere una vera pace in Iraq senza che sia fatta verità sui costi umani causati dalla guerra che ha insanguinato, e continua ad insanguinare il paese, e finché non sarà resa giustizia alle vittime innocenti. I documenti pubblicati da Wikileaks ci restituiscono uno scenario inquietante, già noto a chi opera da anni in Iraq. Le prime vittime della guerra sono stati, spesso in modo deliberato, migliaia di civili innocenti. Un caso emblematico è rappresentato dalle gravissime ferite, ancora aperte, causate alla popolazione civile dalla spietata operazione militare compiuta dalle truppe statunitensi nella città di Falluja nel 2003. Allora, e nel periodo che va dal 4 aprile al 5 maggio 2004, la popolazione civile fu sottoposta ad una campagna di bombardamenti indiscriminati che preparò il campo per una seconda offensiva condotta nel settembre 2004. Da allora, e fino a novembre dello stesso anno, migliaia di civili persero la vita e altrettanti furono feriti, o resi invalidi. Altri scomparvero nel nulla.


Appelli alla pace e al cessate il fuoco vennero inviati all’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan con deboli riscontri, nonostante la gravità dei crimini di Guerra che le truppe statunitensi stavano compiendo a Falluja in chiara ed evidente violazione delle convenzioni di Ginevra e del diritto internazionale umanitario. Inoltre, fino ad oggi nessuna iniziativa è stata intrapresa dal governo iracheno o dalla giustizia irachena per indagare ed eventualmente processare i responsabili delle violazioni commesse a Falluja ( causa il divieto imposto alla magistratura irachena di indagare qualunque cittadino statunitense, militare o civile). Per questo torniamo a chiedire con forza un'indagine internazionale.
Inoltre negli ultimi mesi è stato denunciato l’aumento delle patologie oncologiche nell’area di Falluja, le malformazioni dei neonati, e le molte patologie connesse all’uso di armi chimiche da istituti di ricerca, media inglesi e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Riteniamo che a distanza di anni, sia giunto il momento per le Nazioni Unite di impegnarsi al fine di restituire giustizia alle vittime innocenti di quel massacro e a coloro che ne vivono ancora direttamente le conseguenze.
Per questo facciamo appello all’Onu, affinché venga istituita una commissione indipendente che sotto l’egida del Consiglio ONU sui Diritti Umani e in conformità con le procedure speciali possa far luce sulla natura, la gravità e le responsabilità dirette ed indirette per i crimini commessi nella città di Falluja. E che possa poi definire le modalità per risarcire adeguatamente la popolazione civile che da allora soffre le conseguenze di quei crimini. L’Onu dovrebbe impegnarsi anche a nominare un nuovo Relatore Speciale sui diritti umani in Iraq.
Fare verità e restituire giustizia alle vittime di Falluja è un atto dovuto, per riaffermare la centralità del diritto internazionale e dei diritti umani, vittime anche essi di una Guerra scatenata con il pretesto della lotta al terrorismo e che da allora non ha diminuito le sofferenze della popolazione irachena.

per firmare l'appello clicca qui: http://www.unponteper.it/sostienici/petizione1.php

mercoledì 20 ottobre 2010

16 ottobre: con la Fiom, con l'Italia che non si piega!

Siamo partiti in tantissimi, con la Fiom, con Rifondazione e la Federazione della Sinistra, con i pullman organizzati autonomamente come Giovani Comunisti, per raggiungere sabato scorso la manifestazione indetta per rivendicare "democrazia, lavoro e diritti".
Ci siamo trovati davanti una piazza che possiamo definire storica.
Non contano i numeri (che il sindacato non ha voluto dare, lasciando ad altri guerre di cifre che negli ultimi anni hanno finito con l'instaurare un meccanismo per cui ad ogni corteo si doveva sparare un numero, sballato, più alto), conta che Piazza San Giovanni era stracolma di gente fin dalle prime ore del pomeriggio, mentre parte del corteo principale, dove eravamo presenti come GC e come FdS, doveva ancora lasciare un'affollatissima Piazza della Repubblica, zona del concentramento.


Conta la qualità che è emersa da questa manifestazione, capace di mettere al centro della mobilitazione un progetto politico chiaro, delineato nel discorso finale del segretario Fiom Maurizio Landini, che mette insieme la centralità del lavoro, la scuola pubblica, l'investimento su ricerca e innovazione, la lotta al precariato, la difesa dei beni comuni, l'esigenza di superare il sistema di produzione, sociale ed economico vigente per costruire un'alternativa.
Un progetto politico che non può che sovrapporsi a quello dei GC e della Federazione della Sinistra, unico soggetto potenzialmente in grado di raccogliere ampi consensi che pone al centro del suo essere il superamento del capitalismo e la costruzione di una società più giusta e più democratica, che abbiamo identificato con il laboratorio del Socialismo del XXI secolo.

Conta l'appello, accolto dal boato delle centinaia di migliaia in piazza, a costruire lo sciopero generale.
Chiediamo lo sciopero generale non come fine della lotta, come gli ultimi che hanno visto protagonista la Cgil, indetti senza avere una radicalità di lotta rilevante, ma come mezzo per portare a casa delle vittorie politiche rilevanti.
Vogliamo uno sciopero generale capillarmente costruito nelle settimane sui territorio, capace di bloccare il Paese e di mettere in piazza una mobilitazione di massa, radicale, determinata e pacifica.
Uno sciopero generale che non può che partire dalla Fiom, che ha già dimostrato di essere in grado di unire intorno a sé altri settori del sindacato (molte e diverse erano le bandiere Cgil in piazza) e altri movimenti politici importanti e presenti nel Paese.

Oggi possiamo rivendicare, nonostante i tentativi di oscuramento da parte dei media (con in testa, è bene chiarirlo, la "democratica e libera" "Repubblica"), di essere stati gli unici, come Giovani Comunisti e come Rifondazione Comunista, a costruire con la Fiom la mobilitazione su scala nazionale, come dimostrato dalle decine di migliaia di nostre bandiere comuniste presenti e da uno spezzone unitario Gc-Fgci capace di mettere insieme oltre 4mila compagni e compagne di tutta Italia.
Come Giovani Comunisti della Toscana, dopo l'entusiasmante giornata dell'8 ottobre, anche questa volta siamo stati presenti con il nostro striscione e i nostri slogan, felici di contribuire alla riuscita della presenza dei GC alla manifestazione.

Come abbiamo già detto, non è che l'inizio.
Vogliamo arrivare lontano..."non un passo indietro!"

GUARDA LE FOTO DELLA MANIFESTAZIONE: clicca qui per visualizzare l'album fotografico

link all'articolo su Giovani Comunisti Toscana

sabato 2 ottobre 2010

8 ottobre: per la SCUOLA PUBBLICA tutti in piazza!

8.15 concentramento STAZIONE DI PISTOIA

per raggiungere il corteo regionale a Firenze!

Ritorno previsto per le 13.00!

FACCIAMOCI SENTIRE!



  • STOP AI TAGLI DELLA CONTRORIFORMA GELMINI
  • GARANZIE SULLA SICUREZZA DELLE NOSTRE SCUOLE
  • DIRITTO ALLO STUDIO GARANTITO PER TUTTI
  • STOP AI FINANZIAMENTI ALLE SCUOLE PRIVATE
  • PARTECIPAZIONE E INNOVAZIONE PER UNA SCUOLA DI QUALITA'
  • L'INTELLIGENZA E LA RICERCA SONO I MEZZI PER USCIRE DALLA CRISI
  • NO AD UN FUTURO LAVORATIVO DA PRECARI O DISOCCUPATI

Quando il socialismo è al potere tutto è possibile…

Chi potrebbe mai pensare che un partito che ottiene il 60% dei voti sia un partito sconfitto? Eppure, nel commentare lo straordinario successo chavista nelle elezioni legislative venezuelane, la verità dei principali quotidiani italiani è questa. Logico che per sostenere un affermazione così ridicola si debbano tirare fuori dati incontrovertibili: ed ecco allora tutti a scrivere che l’obiettivo dei 2/3 dei seggi non è stato confermato, e che un “agguerrita” opposizione si preparerebbe a “dar battaglia”. In effetti, se la percentuale dei seggi socialisti è diminuita, come mai allora il Comandante Chavez può parlare di: “vittoria contundente”?

Ciò che i commentatori ignorano -o fingono di ignorare- è che nel 2005 l’ opposizione non si presentò alle elezioni, preferendo sottostare alle strategie (per loro rovinose NdR) che arrivavano dritte dritte da Washington. Le elezioni, boicottate all’ ultimo istante, furono praticamente un plebiscito chavista, e il golpe militare caldeggiato dai neo-con statunitensi non riuscì mai a concretizzarsi. Questo è sicuramente il primo dei motivi che ci spingono a ritenere il voto di ieri un successo: nella scorsa tornata elettorale l’assenza di soggetti in competizione con il Governo inficiava i reali rapporti di forza nel paese. Ora, con il ritorno sulle scene elettorali dell’ opposizione, i rapporti di forza tornano alla luce. E l’elemento positivo risiede proprio nel fatto che tornino alla luce ancora favorevoli ad una società di tipo socialista.

Per non parlare poi dell’ aspetto più evidente e significativo della vittoria: perchè si è trattato sì di una vittoria di Chavez, ma soprattutto di una vittoria del PSUV. Cioè del nuovo partito che ieri ha ottenuto 98 seggi su 165, mentre nelle elezioni del 2005 non era stato nemmeno lontanamente concepito nella mente del suo lider. Proprio noi, in Italia, dovremmo renderci conto della difficoltà di gestione e coesione dei partiti che ambiscono a rappresentare una maggioranza della società. Dopo la lenta agonia del Pd, recentemente abbiamo visto disgregarsi anche il Pdl. In Venezuela invece si è verificato il contrario: Chavez e i suoi sostenitori la loro battaglia l’hanno vinta, trasformando un nugolo di movimenti in un partito saldo, coeso, organizzato. Puntando sulle nuove tecnologie, incentivando a scendere in trincea contro gli oligarchi anche sul Web, con i nuovi strumenti tecnologici, su Facebook, su Twitter. Certo, non tralasciando mai la presenza nei barrio, i quartieri popolari, nelle strade, nelle unità produttive: perchè i dirigenti popolari e i quadri del PSUV sanno per chi stanno lavorando. Sanno chi li ha sostenuti e ha salvato le loro vite ai tempi del golpe del 2002, chi ha pagato anche col sangue la continuità dell’ ordine democratico. Ed ecco allora ogni muro sbreccato fiorire di murales, di slogan, di citazioni rivoluzionarie, con grafiche magnifiche unite ad una notevole immediatezza comunicativa.

Ma passiamo adesso all’ analisi dell’ opposizione, come l’abbiamo chiamata fino ad ora, in ossequio alla terminologia della stampa italiana. Anche se sarebbe più giusto chiamarle opposizioni. Già, perchè in realtà, ad opporsi a Chavez, ci sono una masnada infinita di movimenti e partitini: dai reazionari alle pseudo “sinistre”, passando per i conservatori di AD e COPEI, protagonisti assoluti di un cinquantennio di politica venezuelana. Soggetti politici assai litigiosi e difficili da gestire anche stando a sentire i loro finanziatori statunitensi, spesso indignati per la loro incapacità di fare fronte comune al chavismo. Ed in effetti l’unico comune denominatore che sembra unirli pare questo: i fondi più o meno legali che affluiscono dal governo USA nelle loro casse sotto forma di “aiuti al processo democratico”. Se si pensa che nel PSUV vige un rigido centralismo democratico, compensato da meccanismi di massiccia partecipazione della base, è difficile credere che un fronte così eterogeneo e privo di coordinamento possa impensierire la Revolucion Bolivariana. A meno che questo coordinamento non venga realizzato ed eterodiretto dal governo degli Stati Uniti, che da undici anni a questa parte è l’unica vera opposizione attiva e credibile che si sia vista in Venezuela.

Perchè in Venezuela non è certo tutto rose e fiori. Se ai problemi interni, come l’emancipazione dell’ economia dal petrolio, o l’ inflazione galoppante ci pensa il Governo, per la difesa del Socialismo dagli attacchi esterni dobbiamo mobilitarci tutti. Perchè i segnali che giungono dal Sudamerica non sono sicuramente buoni: incursioni di gruppi paramilitari alle frontiere venezuelane, violazioni dello spazio aereo, militanti del PSUV misteriosamente assassinati. Tutto questo nel quadro generale di un colpo di stato impunito in Honduras, di sette nuove basi statunitensi nello stato vassallo di Colombia, trame per assassinare Evo Morales, e un nuovo vigore nelle diffamazioni a mezzo stampa dei lider rivoluzionari. A tutte queste manovre destabilizzatrici, a tutti coloro che tramano nell’ ombra, oggi è stata data una risposta forte e univoca.

E questa risposta è stata data alla luce del sole, con un sistema di votazione trasparente che ha saputo guadagnarsi l’apprezzamento persino del Washington Post. Una risposta che parla di ridimensionamento delle diseguaglianze sociali, di istruzione e sanità pubbliche per tutti, di un vero antimperialismo e di un autentica sovranità nazionale. Una risposta che vede sventolare ancora alta la bandiera del socialismo del siglo XXI. E in Italia cosa stiamo aspettando?

CARLO LINGERA
GC Torino

28 Settembre 2010


un documentario da vedere (le altre parti su YouTube)

11/13 aprile 2002: quando il popolo venezuelano liberò Chavez e spazzò via il golpe orchestrato da oligarchie del paese, televisioni private e Stati Uniti.